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In Italia si stimano oltre 300.000 giovani coinvolti! Di cosa stiamo parlando? Dell’Hikikomori.
Già, il termine non è semplicissimo da ricordare ma il fenomeno è in crescita e merita grande attenzione. Vediamolo nel dettaglio.
L’Hikikomori, termine giapponese che significa letteralmente “isolarsi”, è una condizione psicosociale che si manifesta con l’estremo ritiro sociale volontario di un individuo, che si autoesclude dalla vita sociale, scolastica o lavorativa, rifugiandosi quasi esclusivamente nella propria abitazione, spesso nella propria stanza, per periodi prolungati (generalmente oltre i sei mesi).
Il fenomeno colpisce prevalentemente gli adolescenti e i giovani adulti (tipicamente tra i 14 e i 30 anni), con una prevalenza maggiore nei maschi (circa il 90% dei casi). Spesso si tratta di ragazzi provenienti da famiglie di estrazione socioculturale medio-alta.
I sintomi premonitori possono essere difficili da identificare nelle fasi iniziali, ma includono:
- fobia scolare o lavorativa e progressiva interruzione dei contatti sociali;
- stile di vita centrato sulla casa/stanza, con riluttanza o incapacità di uscire;
- inversione del ritmo sonno-veglia, con attività prevalentemente notturna;
- marcata ansia, depressione o irritabilità (soprattutto se sollecitati ad uscire o a socializzare);
- interazione ridotta o assente anche con i familiari;
- forte senso di inadeguatezza, vergogna o paura del giudizio altrui.
Quali si ritiene ne siano le cause?
I fattori contemporaneamente coinvolti potrebbero essere:
- la pressione sociale e scolastica – La paura di fallire, il timore del giudizio (amplificato anche dai social media) e le aspettative elevate (spesso autoimposte o familiari) possono generare un senso di inadeguatezza insostenibile;
- difficoltà relazionali – La timidezza patologica, l’ansia sociale o il bullismo possono portare il giovane a percepire il mondo esterno come un luogo ostile;
- fattori familiari – Un clima familiare iperprotettivo o, al contrario, eccessivamente assente o conflittuale, può contribuire;
- anche Internet e i videogiochi sembrerebbero avere un ruolo – Sebbene l’uso di Internet non sia la causa principale, può diventare un rifugio che facilita l’isolamento, offrendo un’alternativa controllabile e meno stressante rispetto alle relazioni reali.
Che tipo di conseguenze porta questo fenomeno?
Le conseguenze del ritiro sociale sono gravi e invalidanti:
- blocco dello sviluppo psico-sociale e dell’identità – L’isolamento impedisce l’acquisizione di abilità sociali fondamentali;
- rischio psichiatrico – Spesso si associano o si sviluppano disturbi d’ansia, depressione, fobia sociale o, in alcuni casi, disturbi più complessi. Si riscontra anche un elevato rischio di suicidio;
- isolamento e appiattimento affettivo – La prolungata assenza di stimoli esterni porta a una progressiva perdita di interessi e di capacità emotiva.
Esistono delle terapie?
La risposta è sì; l’intervento si configura di tipo multidisciplinare e deve essere personalizzato. I primi passi, soprattutto nei casi gravi, possono includere:
- visite domiciliari – Necessarie per stabilire un primo contatto in un ambiente percepito come sicuro;
- psicoterapia individuale e familiare – Mirata a ricostruire l’autostima, gestire l’ansia sociale e migliorare la comunicazione familiare;
- terapie online – Possono essere utili come step iniziale per aggirare la barriera dell’uscita da casa;
- gruppi di supporto per i genitori – Essenziali per aiutare le famiglie a comprendere il fenomeno e adottare strategie di supporto efficaci (come quelle promosse dall’Associazione Hikikomori Italia Genitori ETS).
E ora veniamo alla nota dolente: l’impatto del Covid-19 sul fenomeno.
Diciamo che la pandemia e i lockdown hanno avuto un impatto complesso:
- sollievo iniziale – Per alcuni hikikomori, il confinamento generalizzato ha rappresentato un sollievo, livellando la loro condizione con quella della società e riducendo le pressioni sociali esterne;
- aggravamento e accelerazione – Per altri, il lockdown ha acuito l’isolamento preesistente o accelerato il processo di ritiro in soggetti già a rischio, privandoli anche delle poche attività esterne o pseudo-tali, come la scuola online, che faticosamente mantenevano;
- contraccolpo post-lockdown – La riapertura della società ha esposto molti hikikomori a un maggiore senso di solitudine e inadeguatezza, realizzando che la loro “quarantena” non era finita.
Quale è la fotografia del fenomeno in Italia e in Sardegna?
In Italia, si stima che il numero di persone in condizione di Hikikomori sia in crescita costante, un dato allarmante che evidenzia la necessità di una rete di supporto sociosanitaria e scolastica più strutturata.
Guardando specificamente alla Sardegna, anche qui si manifesta un’allerta crescente ma, come evidenziato di recente, mancano ancora proposte di legge e piani organici regionali dedicati. La necessità è quella di superare l’autoreferenzialità dei dibattiti per arrivare ad atti concreti a sostegno dei giovani e delle loro famiglie.
In questo contesto, il 27 ottobre 2025 si è tenuto a Cagliari, presso l’Aula del Consiglio regionale della Sardegna, il convegno “Hikikomori: i ragazzi invisibili”, come riportato anche da L’Unione Sarda.
L’iniziativa, promossa su proposta dell’Associazione Hikikomori Italia Genitori ETS, mirava a far conoscere la tematica e a sensibilizzare la società, in particolare il mondo della scuola, su questo grave problema.
Vi hanno preso parte esperti, figure istituzionali e operatori del settore. L’assessora regionale alla Pubblica Istruzione, Ilaria Portas, ha espresso preoccupazione, sottolineando la «necessità di investire nella formazione degli insegnanti e nel favorire maggiore consapevolezza all’interno delle comunità». È emerso il richiamo a trattare l’Hikikomori come una “malattia sociale” che riguarda l’intera comunità educante.
L’evento ha rappresentato un passo verso l’istituzionalizzazione del fenomeno in Sardegna, con l’avvio di un confronto in Consiglio regionale per dare risposte concrete alle famiglie.














