🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 4’14” con la voce di Ingrid)
di Kaspar Nu
Senti parlare di green e, come un romantico Lucio Battisti, pensi subito a “cieli immensi e praterie”? Be’, potremmo dire che, nella migliore delle ipotesi, sei un illuso, perché le prime cose a cui dovresti pensare sono raggiro, truffa, escamotage e giri d’affari… grossi giri d’affari. E i campi verdi non paiono rientrare nel quadretto dei business che contano. Oggi, mio caro ingenuo, parliamo di industria petrolchimica, quella che ha sempre inteso venderti l’illusione della plastica come rifiuto trasformato in risorsa ed ammaliarti con la favola del riciclo. Ecco, proprio quell’industria ha trovato un nuovo ramo di investimento. Perché, mentre le “Panda” qualunque inquinano, ovvero mentre la transizione verso la mobilità elettrica e l’efficienza energetica erode, o dovrebbe erodere, la domanda tradizionale di carburanti (benzina e diesel), i giganti del settore hanno individuato nella plastica la loro “scialuppa di salvataggio” finanziaria.
Infatti, per decenni, il trasporto è stato il motore dei profitti per le compagnie oil & gas. Ma, con l’accelerazione del Green Deal europeo e la messa al bando dei motori termici prevista per il 2035, le compagnie hanno spostato massicci investimenti verso la, cosiddetta, circolarità. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), i prodotti petrolchimici sono destinati a diventare il principale motore della domanda globale di petrolio, rappresentando quasi la metà della crescita della domanda entro il 2050. Se ci pensi, la prima svolta dei giganti del petrolio è stata rappresentata dal fatto che le compagnie non si limitavano più a estrarre greggio; hanno cominciato a costruire impianti per trasformarlo direttamente in polimeri come etilene e polietilene, garantendosi un mercato per i decenni futuri.
L’Europa avrebbe risposto a questa espansione con il Regolamento sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio, sintetizzato con la sigla PPWR, entrato in vigore nel 2025 e applicabile pienamente dall’agosto 2026 (ne abbiamo già parlato nel nostro blog). Questa normativa cambia le regole del gioco imponendo obiettivi drastici. Innanzitutto, entro il 2030, gli imballaggi in plastica dovranno contenere una percentuale obbligatoria di materiale riciclato (ad esempio il 30% per le bottiglie in PET e il 35% per altri imballaggi). Inoltre, vengono messi al bando imballaggi monouso per frutta e verdura fresca, mini-flaconi negli hotel e imballaggi per il consumo immediato nei ristoranti. In pratica, entro il 2030, il 100% degli imballaggi dovrà essere riciclabile.
Ma, per aggirare i limiti del riciclo meccanico tradizionale, l’industria petrolchimica sta spingendo forte sul riciclo chimico, la cosiddetta pirolisi. Questo processo, sebbene presentato come la soluzione definitiva all’accumulo indiscriminato di plastiche, non è altro che un ponte elevatore per il greenwashing. Infatti, recenti inchieste hanno rivelato che molti imballaggi etichettati come “riciclati” tramite processi chimici contengono in realtà solo una minima frazione di plastica recuperata, il 5% per l’esattezza. Grazie a un sistema contabile chiamato “bilancio di massa”, le aziende possono attribuire tutto il merito del riciclo a un prodotto specifico, anche se la maggior parte della materia prima utilizzata è ancora vergine e derivata dal petrolio. Il grande dribbling sta nell’uso ingannevole di termini vaghi come “circolare” o “sostenibile” per prodotti che emettono fino all’8% in più di CO2 rispetto alla plastica vergine a causa dei processi energivori del riciclo chimico, la suddetta pirolisi. Il colpaccio dei colpacci sta poi nel calcolare la riduzione delle emissioni sottraendo il carbonio che verrebbe rilasciato se la plastica fosse incenerita, creando un “risparmio” solo teorico e sulla carta!
Ora, mio caro innamorato del verde, continua a fantasticare di “cieli immensi e praterie”…













