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GIUSTIZIA TRADITA: È TEMPO DI VERITÀ E DI SOVRANITÀ POPOLARE


Basta silenzi. Basta impunità. Basta giochi di potere tra le toghe.

In uno Stato di diritto, la giustizia dovrebbe essere la garanzia più sacra del cittadino. Eppure oggi, sempre più persone sentono che proprio lì, dove dovrebbe vivere l’onore della Repubblica, si annida un sistema marcio, protetto da mura di silenzio, autoreferenzialità e potere.

Il caso Palamara: la punta dell’iceberg
Luca Palamara, ex membro del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura), ha ammesso pubblicamente ciò che molti sospettavano da anni: che le nomine, le carriere e persino alcune inchieste venivano condizionate da logiche di potere, amicizie e influenze politiche.

Non un singolo errore. Non una mela marcia. Ma un sistema.

E cosa è accaduto dopo? Qualche sdegno mediatico, qualche sospensione, qualche mezza riforma. Ma nessuna vera epurazione, nessuna commissione parlamentare d’inchiesta, nessuna assunzione piena di responsabilità. Le toghe corrotte o colluse raramente pagano. Quelle oneste, invece, restano isolate o costrette al silenzio.

E il popolo? Tagliato fuori.
Il cittadino comune, se entra in un tribunale, spesso si sente piccolo, spaventato, impreparato, solo. Si trova davanti a un linguaggio incomprensibile, a procedure infinite, a un sistema che sembra fatto per i potenti e non per chi cerca verità. E se denuncia, si scontra con muri. Se protesta, viene ignorato. Se chiede giustizia, riceve burocrazia.

Ma la giustizia appartiene al popolo, non alle caste.

Sovranità popolare sulla giustizia: cosa significa?
Non si tratta di caccia alle streghe o giustizialismo. Si tratta di riportare equilibrio, di togliere potere a quei meccanismi interni autoreferenziali, e dare più voce ai cittadini. Qualche proposta concreta?

Commissione indipendente sul sistema giudiziario, con membri scelti anche dai cittadini, non solo dai partiti.

Trasparenza assoluta sulle carriere dei magistrati e sulle nomine interne.

Revisione popolare delle sentenze anomale, tramite strumenti partecipativi.

Responsabilità civile e penale effettiva per i giudici corrotti o collusi, come per ogni altro cittadino.

Accesso gratuito o agevolato alla giustizia per chi non ha mezzi, per garantire equità reale.

Perché chi giudica deve anche essere giudicabile.
La toga non è un’armatura. È un simbolo di responsabilità, non un salvacondotto. E oggi più che mai serve che chi ha abusato del proprio ruolo paghi. Non per vendetta, ma per restituire fiducia a milioni di italiani onesti che ancora credono nella giustizia come valore.

Non è populismo, è partecipazione democratica. Non è sfiducia nello Stato, è richiesta di rigenerazione. Non è rabbia cieca, è sete di verità.

La giustizia non può più essere un affare interno tra magistrati. Deve tornare ad essere patrimonio del popolo.

Perché senza giustizia, la democrazia muore.

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