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Fratelli e sorelle della Sardegna

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 3’13” con la voce di Florian)

Fratelli e sorelle della Sardegna, aperie so ocros, aprite gli occhi, respirate a fondo: questa terra ci ha dato vita, lingua, memoria. Ma oggi ci svegliamo in una prigione silenziosa che fatica a chiamarsi terra natìa. Siamo un popolo colonizzato, non da lontani eserciti, ma da un sistema che ci ha tolto la voce, la storia, la bandiera, la dignità.

Dal 1861, dicono loro, siamo parte dell’Italia. Ma quale parte? Siamo diventati sudditi senza potere, spettatori di decisioni che vincono per decreto, che comprano la nostra terra con promesse vuote; che etichettano la nostra cultura come folklore da cartolina, mentre si cerca di soffocare la nostra lingua e fare dell’agro‑pastorale nostra memoria solo un ricordo.

Nei banchi di scuola non ci insegnano la nostra storia: non parlano dei nuraghi come simboli viventi, non trasmettono la saggezza dei pastori, non spiegano come le montagne, le valli, la Barbagia, il Gennargentu non siano solo luoghi geografici, ma cattedrali della nostra identità. L’isola è sacra: non permetto che diventi un campo di pale eoliche, un mercato di seconde case, un parco giochi per il turismo mordi e fuggi.

Ho visto le piazze sarde riempirsi di bandiere. Ma non della nostra. Solo quelle della CGIL e della Palestina sventolavano fiere, e nemmeno una bandiera sarda al cielo. Fratelli miei, se in mezzo a mille bandiere manca la nostra, allora stiamo marcendo da dentro. Se dimentichiamo chi siamo, anche le battaglie che combattiamo per gli altri perdono senso. Non siamo contro la solidarietĂ . Ma non possiamo piĂą restare estranei nella nostra terra.

Ogni volta che la nostra bandiera non sventola, ogni volta che non ci riconosciamo nei libri, nelle parole, nelle leggi, ci arrendiamo un pezzo dell’anima. Perché non è solo un simbolo: è tutta la nostra storia, ciò che siamo stati, ciò che possiamo essere.

Il mondo ricorda il genocidio in Palestina, e ha ragione. Ma prima ancora ricordiamo il nostro: la spoliazione culturale, il silenzio imposto, il grido mai davvero ascoltato che sale dalle ferite aperte di questa isola. Non siamo meno degni di memoria, non siamo meno degni di rispetto.

Sardi, basta farci invadere: sulla terra, sulla cultura, sul diritto di essere noi stessi. Alziamo la voce per la nostra lingua: perché ogni Sardo che non parla sardo è un figlio che ignora le proprie radici. Difendiamo la nostra terra: coltiviamo grano, carciofi, guardiamo al mare, alle montagne, non solo alle pale che divorano il vento. Insegniamo ai nostri figli che la Sardegna è patria antica, custode di saggezza, non appendice da sfruttare.

Sì, manifestare per il mondo è giusto. Ma prima di tutto manifestiamo per la Sardegna, per la nostra verità. Quando la nostra bandiera sventola, quando la lingua suona nelle scuole, quando la nostra storia è raccontata con orgoglio, allora ogni corteo, ogni manifesto, ogni marcia, sarà pienamente nostra.

Alziamoci tutti insieme, non come spettatori, ma come popolo che si prende ciò che gli è dovuto: rispetto, identità, autonomia. Perché solo chi ama davvero la propria terra lotta per lei. E noi la amiamo, con tutta l’anima.
Sardegna, svegliati.

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