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Femminicidio “invisibile”: quando la violenza non rispetta gli stereotipi

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 2’06” con la voce di Remy)

Nei vicoli del centro storico di Genova, una tragedia sfugge quasi completamente ai riflettori. Una ragazza di 22 anni, incinta, domenica 26 ottobre è stata accoltellata dalla propria fidanzata. Un’amica della vittima è rimasta ferita durante la confusione che ne è seguita. Eppure, se aprite i giornali e ascoltate i telegiornali, difficilmente sentirete parlare di questo episodio. Perché? Semplice: la violenza non corrisponde allo schema “uomo contro donna”. Qui l’accoltellatrice è una donna, la vittima è una donna, e il mondo sembra non sapere come raccontarlo.

Il movente? Gelosia. Una gelosia estrema che ha spinto una persona a tentare di distruggere la vita della propria compagna proprio mentre questa portava avanti una gravidanza. Ma fermiamoci un attimo: due donne possono avere un figlio insieme e, allora, perché la paura o l’invidia per la maternità dovrebbe portare a tanto? La realtà è che la complessità delle relazioni umane non si riduce al genere o all’orientamento sessuale. Un noto proverbio popolare recita: “Non si sa mai chi è il padre, ma si sa sempre chi è la madre”. Mai parole sono state più appropriate, eppure apparentemente ignorate in questo contesto.

La vicenda di Genova ci pone una domanda inquietante: perché tutta questa gelosia nel mondo LGBT? Forse perché, al di là di ogni orientamento, le dinamiche di potere, possessività e rabbia restano le stesse. Solo che quando la violenza si manifesta fuori dagli schemi tradizionali, il mondo mediatico sembra voltarsi dall’altra parte.

Questo episodio ci obbliga a riflettere: la violenza non ha genere, e il femminicidio può assumere forme che la nostra cultura fatica a riconoscere. Ignorarlo non rende la tragedia meno reale. Forse è arrivato il momento di guardare la violenza per quella che è, senza filtri, senza stereotipi, e di affrontarla in tutte le sue sfaccettature.

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