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Epstein e il lessico mediatico dell’impunità

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 4’13” con la voce di Remy)

Un recente post indignato e lucido di Sara Reginella, autrice del libro «Le guerre che ti vendono», non è solo denuncia: è una radiografia perfetta di un meccanismo tossico che muove gran parte del giornalismo occidentale, il quale al momento del dunque non chiama le cose col loro nome.
Non stiamo parlando di “sfumature linguistiche”, bensì di un’operazione chirurgica e consapevole per anestetizzare la coscienza pubblica. Quando dico consapevole intendo proprio ciò. È consapevole perché le redazioni applicano sistematicamente due pesi e due misure. Sanno quando enfatizzare notizie fragili contro bersagli politici designati (cannoneggiandoli con titoli allusivi, esperti a gettone, narrazione persistente). E sanno quando sommergere notizie gravissime che minacciano élite o alleati, usando eufemismi, spostando il focus su dettagli marginali e seppellendo il nucleo sotto altre notizie. Questa selettività costante – mai invertita – non lascia nulla al caso, perché è il protocollo consapevole di un sistema mediatico che funziona come sistema immunitario del potere, attaccando le minacce esterne e proteggendo il proprio organismo.

Il processo è sempre lo stesso:
1. Rinominare l’orrore. Reginella elenca tutti i trucchi usati dai giornaloni in questi giorni. Un pedofilo sadico diventa un “finanziere”. Una rete di sfruttamento sessuale di minori diventa “feste orgiastiche”. Bambine rapite, abusate e torturate diventano “donne minorenni”, un ossimoro che mistifica la violenza. Crimini contro l’umanità vengono derubricati a “bassezze” o “gossip dell’alta società”. È il primo passo: se l’orrore non ha un nome preciso, non può generare un’ondata di giusta indignazione.
2. Spostare il focus. Il sistema dei media, quando non può ignorare, devia. L’attenzione viene dirottata sul dettaglio irrilevante, sul gossip, sulla figura marginale. Ad esempio, l’unico richiamo di peso al caso Epstein oggi sul Corriere riguarda Robert Kennedy Jr. e una sua presunta gita con Epstein e un paleontologo a caccia di fossili, pur di lordare un nome e di non parlare dei clienti effettivi, dei protettori in alto loco, delle prove inconfutabili che collegano quella rete a primi ministri, a capi di stato, a servizi segreti (come quelli di Tel Aviv, per i quali Epstein effettivamente operava) su ben altre gite.
3. Creare il capro espiatorio inverosimile. Mentre si minimizzano le prove dirette e schiaccianti, si lanciano nel dibattito pubblico congetture senza fondamento, come l’assurda ipotesi di un “comando russo” della rete di Epstein. E se non credi ai complottisti mainstream, sei un complottista.
4. Seppellire la prova. Il silenzio più assordante è quello che circonda i milioni di file ancora inaccessibili, quelli che – secondo le indagini più serie – contengono non solo i nomi, ma le prove di omicidi, torture efferate e violenze aberranti che vanno ben oltre lo “sfruttamento sessuale”. Perché quei file non vengono desecretati? Perché mostrerebbero, senza più mediazioni, il volto mostruoso di un’élite criminale e il suo potere di rimanere impunita.

L’obiettivo finale è esattamente quello descritto da Reginella: mazonianamente lo potremmo chiamare “sopire e troncare”. Sopire la rabbia giusta, troncare ogni filone d’indagine scomodo. Normalizzare passo dopo passo l’inaccettabile, finché la massa, bombardata da eufemismi e notizie derubricate, non percepirà più la differenza tra un “finanziere” e un mostro, tra una “festa” e un crimine organizzato, tra eccezione e sistema.

Ribellarsi a questo non è solo un dovere morale, è un atto di sopravvivenza civile. Significa rifiutare il linguaggio ingannatore, pretendere i nomi, urlare la verità: Epstein era un pedofilo al servizio di un sistema di potere. Le sue vittime erano bambine e adolescenti. I suoi complici erano e sono tra le “élite” globali. L’impunità di cui godono è la misura della nostra sottomissione.
Sta a noi non dimenticare e non abbassare la guardia. La verità, per quanto sepolta, rimane l’unica arma che abbiamo.

 

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