🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 5’47” con la voce di Ingrid)
Immaginiamo per un momento uno scenario radicalmente diverso da quello attuale, un esperimento mentale estremo.
Cosa succederebbe se, per una volta, a impugnare le armi non fossero dei giovani anonimi, i riservisti richiamati o le reclute, ma la classe politica che le ostilità le dichiara insieme alle rispettive famiglie? Insomma, cosa succederebbe se in prima linea ci fossero parlamentari, senatori, giornalisti compiacenti, generali, produttori d’armi e massoni?
Ho stimato che, tra il Parlamento Europeo e le Camere nazionali, ci sono più di 10.000 parlamentari seduti sui loro begli scrannetti sparsi in tutta Europa. Se a questi si aggiungessero i rispettivi coniugi e i figli maggiorenni, ci troveremmo di fronte a una forza di “combattimento” composta da decine di migliaia di persone: la classe dirigente al fronte.
La guerra è, per sua natura, la decisione politica più grave e cruenta che una nazione possa prendere. Oggi, questa scelta viene spesso fatta in aule protette, lontano dal rumore degli spari e delle esplosioni. Chi vota a favore di un intervento militare sa, in via preliminare, che il costo in vite umane sarà sostenuto da altri. Altri dal volto anonimo, altri senza voce, altri senza legami di sangue, altri senza relazioni affettive, altri senza sogni o aspettative. Altri e punto.
Se, però, l’impatto di un “sì” alla guerra si traducesse nell’immediata mobilitazione dei propri cari – il figlio ventenne, la moglie indifferente alle cronache, o il politico stesso costretto a lasciare il seggio per la trincea – il processo decisionale cambierebbe in modo parossistico.
Ogni voto diventerebbe un atto di profonda, dolorosa responsabilità personale. La retorica del “sacrificio necessario” assumerebbe un significato brutale e diretto. Verrebbero eliminati i conflitti basati su calcoli geopolitici freddi o interessi economici lontani. Solo una minaccia esistenziale e ineludibile giustificherebbe un rischio così intimo e devastante.
Una delle grandi tragedie del conflitto moderno è la separazione tra chi lo vive e chi lo comanda. Questa frattura alimenta l’indifferenza e la disumanizzazione.
Se i parlamentari e le loro famiglie andassero in prima linea, questa separazione verrebbe annullata. Non ci sarebbero più brevi riunioni di lavoro e comunicati ambigui o statistiche filtrate. I politici che dovessero negoziare la pace lo farebbero con l’odore della polvere da sparo addosso, comprendendo immediatamente e visceralmente la posta in gioco di ogni concessione o di ogni irrigidimento.
La guerra non sarebbe più un onere scaricato sulle classi meno abbienti o sulle regioni periferiche, ma un sacrificio che unisce orizzontalmente la società, dal palazzo del potere alla periferia.
È ovvio che lo scenario di 10.000 parlamentari, mogli e figli in armi è un’ipotesi puramente teorica e impraticabile. I leader sono necessari per la diplomazia e il governo anche in tempo di crisi.
Tuttavia, questo esperimento mentale serve come monito potente: chi decide la guerra dovrebbe essere il primo a percepirne il costo.
Oggi, i leader politici hanno il dovere morale di agire come se i loro figli e le loro mogli fossero in prima linea. Solo adottando questa prospettiva di sacrificio personale e familiare, la decisione di intraprendere un conflitto armato recupererebbe la sua vera gravità, assicurando che la guerra resti sempre e solo l’ultima, disperata, tragica risorsa.
E, ancora, molti giornalisti che oggi sostengono la guerra lo fanno da redazioni sicure, utilizzando un linguaggio eroico e astratto. Quando il costo della retorica diventasse personale – il rischio di essere feriti o uccisi e di vedere i propri figli in pericolo – la spinta bellicista si ridurrebbe drasticamente. La responsabilità della narrazione diventerebbe fisica, non solo editoriale.
Parliamo ora dei Generali? Pur essendo professionisti della guerra, hanno il dovere di proteggere le risorse umane. Se i loro soldati fossero i politici che danno gli ordini e la leadership media, si troverebbero a gestire un assetto strategico e politico troppo prezioso per essere sprecato in tattiche avventate. La pianificazione diventerebbe estremamente conservativa, perché va da sé che non si può rischiare di perdere l’intero Governo e lo Stato Maggiore in una singola battaglia.
In tutte queste condizioni ipotetiche, la guerra verrebbe dichiarata solo se si raggiungesse un consenso unanimemente convinto e disperato all’interno di questi gruppi che, in quel momento, starebbero firmando la loro mobilitazione e quella dei loro cari.
Solo di fronte a una minaccia percepita come imminente, totale e diretta alla loro stessa sopravvivenza o a quella dello Stato, si potrebbe trovare un accordo. Altrimenti, l’impatto del sacrificio personale prevarrebbe su qualsiasi calcolo geopolitico o spinta mediatica, e la risoluzione pacifica sarebbe l’unica via praticabile.
Per concludere, la prospettiva dei decisori ad immolarsi vedrebbe questi personaggi al fronte a scavare trincee e noi a casa a godere per il loro sangue versato. Sì, ho proprio usato il verbo “godere”. Spietato?… Perché no? Noi riconosceremmo certo il loro sacrificio e, per questo, saremmo felici di assegnare medaglie d’onore e regalare invalidità militari a chi si è sacrificato per noi convinto delle proprie scelte.















Un commento
Noi possiamo pensarci loro no. Ingrid perché non fai video per dire tutti i titoli di ogni settimana di chi è e la voce