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In “Morte accidentale di un anarchico”, opera ispirata alla defenestrazione dell’anarchico Giuseppe Pinelli, Dario Fo a proposito dello scandalo scrive: «[…] anche noi italiani potremo gridare: Perdio, siamo immersi nella merda fino al collo, ma è per questo che camminiamo a testa alta».
Perché vi riporto questa citazione? Perché uno degli attributi fondamentali dello scandalo è che il potere che controlla i potenti può sfruttarlo pubblicamente in ogni momento ma non lo farà finché i potenti ubbidiranno esibendosi in passerelle proforma, mantenendo testa alta e guardando chiunque fisso negli occhi per simulare la “certezza del pattume”, come la chiamo io, ovvero quella certezza tipica dei rifiuti che stanno belli nascosti alla vista solo perché c’è un bidone a proteggerli. Bidone – lo sottolineo-, in questo caso, ha sia un significato fattuale che metaforico.
Il ricatto, ovvero l’arte di scambiare il silenzio con il potere, prima ancora che essere un crimine è stato uno strumento politico. E, inquanto tale, è il filo invisibile che lega le corti dell’antichità ai server crittografati di oggi. La dinamica è rimasta invariata nei millenni: chi controlla l’informazione compromettente controlla l’uomo. La materia prima dell’arma più affilata della storia non è dunque l’acciaio ma l’informazione, in particolare quella che dovrebbe restare segreta, quella incedente, scandalosa, amorale.
Nell’antica Roma, l’imperatore Tiberio, ritiratosi a Capri, si circondò di informatori, i noti delatores, che raccoglievano pettegolezzi e prove di “lesa maestà”. Lo scopo non era certo perseguire la giustizia quanto, piuttosto, definire i confini della sottomissione. Infatti, in questo modo, il Senato veniva tenuto in pugno non con la forza delle legioni, ma con la minaccia di rendere pubblici vizi o tradimenti reali o presunti tali.
Con l’ascesa delle corti europee e della diplomazia moderna, il ricatto divenne un’arte raffinata. Pietro Aretino, noto come il “flagello dei principi” – se volete, qualcosa di simile ad un Fabrizio Corona ante-litteram -, fu uno dei primi a trasformare la reputazione in una merce di scambio. Attraverso i suoi scritti satirici e le sue conoscenze intime, Aretino riceveva doni e pensioni dai potenti affinché non scrivesse di loro. Quell’agire potremmo configurarlo come l’inizio del ricatto mediatico, ovvero la consapevolezza che una parola scritta può distruggere un regno più velocemente di un esercito.
Con l’avvento dei servizi segreti moderni, il ricatto è diventato sistemico. Il caso più emblematico è quello dei Secret files di J. Edgar Hoover, storico direttore dell’FBI, che accumulò dossier su presidenti (incluso JFK), attivisti come Martin Luther King e star di Hollywood. Hoover non usò quasi mai queste informazioni in tribunale; il motivo era che gli bastava far sapere al “bersaglio” di possederle per assicurarsi fondi, autonomia e una permanenza al potere durata quasi cinquant’anni. In ambito sovietico la tecnica era nota come Kompromat, contrazione delle parole che in russo significano “materiale compromettente”.
Ai giorni nostri, il ricatto ha scalato un ulteriore gradino verso l’alto trasformandosi in una rete transnazionale. Il caso di Jeffrey Epstein rappresenta il culmine della cosiddetta “scala del potere” ed evidenzia un presupposto fondamentale: l’informazione è come un investimento che genera profitti finché tutti sanno che potresti trasformarlo in liquidi ma non accade. Il che lo trasforma, piuttosto, in una spada di Damocle.
A differenza del ricatto “una tantum”, gli Epstein Files suggeriscono l’esistenza di un’infrastruttura dove il ricatto serve a cementare alleanze – chiamiamolo pure controllo – tra i vertici della finanza, della scienza e della politica.
Dobbiamo sottolineare che, tuttavia, la scala del potere si è spostata oggi nel regno del deepfake e della cyber-sorveglianza. Se un tempo serviva una lettera rubata, oggi basta un metadata o un video manipolato dall’IA per spostare l’ago della bilancia geopolitica.
In ogni caso, è più che evidente che il ricatto rimane l’ultimo tabù della democrazia; il punto in cui la legge si ferma perché chi dovrebbe applicarla è, a propria volta, sotto scacco. Da ciò discende una verità tanto scomoda quanto inoppugnabile: le informazioni compromettenti sono a tutt’oggi l’arma più efficace per controllare e sottomettere un’èlite ricattabile. Questo perché, quando un intero sistema di potere è basato sulla consapevolezza/certezza che tutti hanno “scheletri nell’armadio” e che i servizi segreti ne hanno le chiavi, la lealtà non è fondata su una solida ideologia quale che sia ma sull’assunto di una mutua distruzione assicurata.
Detto questo, un consiglio può giovare a quanti credono che presentarsi spavaldamente “a testa alta” sia sinonimo di buone intenzioni: non accontentatevi di guardare la testa, fatte piuttosto attenzione al collo; chissà che, alle volte, non vi scorgiate incrostazioni scure?…














