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Dal timbro sul passaporto all’EES il rischio si chiama ipersorveglianza

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 3’51” con la voce di Emma)

In Europa, l’inchiostro che sbiadisce sulle pagine del passaporto sta diventando un reperto del passato; infatti, ora il tradizionale timbro manuale cede il passo a una scansione silente e invisibile. Stiamo parlando del sistema Entry/Exit System o EES che sostituisce la timbratura fisica con la registrazione digitale dei viaggiatori extraUE.

In pratica, ogni volta che una persona varca i confini dello spazio Schengen, il sistema acquisisce: dati anagrafici (nome, cognome, tipo di documento); identificatori biometrici (impronte digitali e scansione del volto) e cronologia dei movimenti (luogo e data di ingresso e uscita).

L’obiettivo dichiarato è combattere il terrorismo, prevenire l’immigrazione irregolare e individuare automaticamente i cosiddetti overstayers, chi soggiorna oltre il limite dei 90 giorni, ma dietro la promessa di “code più brevi” all’aeroporto si nasconde una complessa infrastruttura di monitoraggio perché il rischio di ipervigilanza è molto alto.

Pensiamo solo al fatto che il passaggio alla biometria trasforma il corpo umano nella propria “chiave di accesso”, ma anche in una traccia indelebile. A differenza di un timbro, che è una prova statica su un supporto fisico, il dato biometrico è permanente, centralizzato e interoperabile. Mentre il timbro veniva controllato da un essere umano (la cui discrezionalità può essere un limite, ma anche una forma di flessibilità), il sistema biometrico è binario. La creazione di liste automatiche di “indesiderati” o di chi ha sforato i termini di soggiorno di poche ore rischia di alimentare un clima, appunto, di ipervigilanza, dove ogni minima irregolarità burocratica viene cristallizzata in un database permanente, influenzando le future richieste di visto per anni.

È importante ragionare sul fatto che, con la digitalizzazione, la frontiera smette di essere un luogo fisico e diventa un regime di controllo onnipresente. I dati raccolti ai varchi possono essere incrociati con altre banche dati, creando un profilo digitale del viaggiatore che lo precede e lo segue, estendendo la sorveglianza ben oltre il momento del check-in.

Nondimeno, le critiche mosse da organizzazioni per i diritti civili come Amnesty International mettono in luce pericoli meno evidenti ma strutturali:

  1. se un timbro può essere falsificato, un database biometrico può essere hackerato! E, a differenza di una password, non puoi “cambiare” le tue impronte digitali o il tuo volto se i server vengono compromessi;
  2. i sistemi di riconoscimento facciale hanno mostrato tassi di errore più elevati per determinati gruppi etnici; dunque è elevato il rischio di una discriminazione automatizzata che colpisce in modo sproporzionato i viaggiatori provenienti da determinate aree del mondo;
  3. la “funzione creep” dei dati, ovvero il fenomeno per cui dati raccolti per uno scopo specifico (il controllo delle frontiere) finiscono per essere utilizzati per scopi più ampi e repressivi dalle forze di polizia nazionali, trasformando il transito turistico in un’occasione di sorveglianza di massa.

Perciò stiamo attenti; l’addio al timbro sul passaporto non è solo un cambio di procedura, ma un cambio di paradigma. Stiamo barattando un simbolo tangibile della nostra libertà di movimento con la comodità di un varco automatico. Il rischio reale non è solo la perdita della privacy, ma l’accettazione passiva di un sistema in cui il viaggio non è più un diritto regolato, ma un’attività costantemente monitorata da un “occhio” digitale che non dimentica e non perdona errori burocratici.

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