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Da “So di non sapere” a “So tuto mi”: la distorsione cognitiva di chi ignora di ignorare

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 6’42” con la voce di Seraphina)

Ce l’avete presente quell’amico della comitiva che, comunque la si metta, “lo sa lui” e, volenti o nolenti, a lui si deve fare professione di fede; pena un litigio o l’ingaggio di una sfida? Di solito, le uniche ragioni per le quali lo si continua a tenere in comitiva si riassumono in:

  • ha una casa al mare bella spaziosa per organizzarci qualche festa;
  • ha un parente sul quale abbiamo messo gli occhi per qualche ragione sospesa tra noi e l’Altissimo, oppure – ma è puntare davvero in alto ed essere spietatamente pragmatici –
  • ha qualche aggancio che potrebbe rivelarsi utile nel contesto lavorativo, universitario, calcistico, sanitario eccetera eccetera.

Insomma, non sta in comitiva perché ci sta bene ma perché, esattamente come un buon giubbotto in inverno o il clima in auto d’estate, fa comodo. Ora, bando alle ciance, che son belle ma non fanno sostanza, e veniamo a noi. Perché, se Socrate ci insegnò l’umiltà intellettuale con il famosissimo So di non sapere, oggi è del presupposto opposto che parleremo, ovvero dell’ignoranza dell’ignoranza stessa o, detto diversamente, Non so di non sapere. Oppure, detto ancora più tra noi pochi intimi So tuto mi. Parliamo, dunque, di effetto Dunning-Kruger.

L’Effetto Dunning-Kruger (EDK), una distorsione cognitiva identificata dagli psicologi – neanche a dirlo – David Dunning e Justin Kruger, descrive la tendenza degli individui poco esperti in un campo a sopravvalutare notevolmente la propria competenza. Ma, ahiloro, tale incompetenza li priva della capacità metacognitiva necessaria per riconoscere i propri limiti. Al contrario, gli individui altamente competenti tendono, a volte, a sottovalutare le proprie abilità, presumendo che ciò che è facile per loro lo sia anche per gli altri.
Questa asimmetria nella percezione della competenza ha profonde implicazioni sociali, soprattutto nel contesto della comunicazione di massa e della diffusione dell’informazione, rendendo alcune fasce della popolazione particolarmente vulnerabili alla manipolazione.

Al cuore dell’EDK c’è l’illusione di superiorità. Le persone con una conoscenza superficiale o errata di un argomento spesso sviluppano una sicumera sproporzionata. Questa eccessiva fiducia non deriva da una reale padronanza, ma dall’ignoranza dell’ampiezza e della complessità della materia. Hanno imparato abbastanza da formulare un’opinione e da credere di aver “capito tutto”, ma non abbastanza per rendersi conto di quanto ancora non sanno. Ed è così che i leader politici da propaganda spiccia indottrinano i loro elettori, ma vale anche per la categoria delle viro-star e consimili che, già non espertissime in materie che non gli appartengono, formulano slogan efficaci per distinguere il noi che ha capito tutto dal voi che non ha capito niente. Il guaio dell’EDK è che non lascia indenni neppure coloro che avrebbero i mezzi per acquisire tutte le informazioni del caso ma si accontentano della comodità di qualche video introduttivo affidato da esperti veri a TikTok.

Nel panorama informativo odierno, caratterizzato da un accesso illimitato ma non regolamentato alle informazioni, l’EDK dunque si amplifica. Innanzitutto, si ha un picco di fiducia subito dopo l’inizio dell’apprendimento, quando le persone sentono di aver improvvisamente acquisito grandi competenze. Questo è il momento in cui sono più propense a professare le loro nuove e superficiali “verità” con arroganza (e questo è anche il momento nel quale tutti nella comitiva ci si guarda negli occhi cercando di farsi forza l’un l’altro). In seguito, la mancanza di consapevolezza delle proprie lacune impedisce agli individui di riconoscere la validità delle informazioni contrarie. Le critiche o i dati che contraddicono le loro credenze consolidate vengono spesso respinti con sprezzo, percepiti come attacchi personali.

La fiducia cieca che deriva dall’EDK crea un terreno fertile per la manipolazione di massa e la diffusione della disinformazione. I manipolatori, che siano politici, gruppi di interesse o creatori di fake news, possono sfruttare strategicamente questa distorsione cognitiva in diversi modi:

  1. semplificando eccessivamente dei messaggi complessi così da ridurli a slogan accattivanti che si adattano perfettamente al limitato set di conoscenze dell’individuo. Poiché la verità richiede spesso sfumature e studi approfonditi, la semplificazione offerta dal manipolatore è preferita perché rafforza immediatamente la sicurezza illusoria;
  2. facendo leva sulle emozioni. I manipolatori, infatti, si rivolgono spesso alle emozioni e ai pregiudizi cognitivi (come il bias di conferma), fornendo informazioni che confermano le convinzioni preesistenti e la sensazione di superiorità dell’individuo. La persona affetta da EDK si sente parte di un gruppo che ha “capito la verità” (la “verità ideologica”), in contrapposizione a una maggioranza o minoranza (sovraesposta) “ignorante” (infatti, il punto è che l’omologazione, pur nell’idea di sentirsi superiori, può riguardare gruppi di ampiezze molto differenti tra loro);
  3. amplificando la convinzione. Infatti, l’incompetente sicuro di sé non solo si inganna, ma può diventare un efficace amplificatore di disinformazione nella sua rete sociale. Parlando con fervore e presunzione, anche se i suoi argomenti sono fallaci, acquisisce un’autorità fittizia tra i suoi pari che potrebbero essere meno esperti, innescando una cascata di disinformazione a livello di massa.

E, allora, come difendersi?

La vera competenza richiede metacognizione, ovvero la capacità di riflettere sul proprio pensiero e di riconoscere i propri limiti e questo è un processo che spesso comporta un’iniziale caduta dell’autostima (motivo per il quale il tuttologo della comitiva, o l’espertone che dir lo si voglia, non ci si applicherà mai; troppo grande la ferita inferta al proprio Ego).
Le possibili difese all’impatto dell’EDK sulla società e sulla manipolazione includono le seguenti strategie:

  • l’essere disposti a mettere in discussione le proprie certezze e riconoscere che “non sapere di non sapere” è il rischio più grande;
  • il cercare e l’accettare attivamente le critiche e i feedback oggettivi, anche quando sono scomodi;
  • l’imparare a distinguere tra i veri esperti (che spesso sono più cauti nelle loro dichiarazioni) e i ciarlatani (che spesso sono i più dogmatici e sicuri).

In sintesi, l’effetto Dunning-Kruger non è solo una curiosità psicologica, ma un meccanismo che, se non contrastato, erode il pensiero critico e rende gli individui estremamente vulnerabili a chiunque offra una risposta semplice e una falsa sensazione di illuminazione.

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