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Nel mondo c’è quanto basta per le necessità dell’uomo, ma non per la sua avidità.
Questa citazione attribuita a Mahatma Gandhi mette in evidenza due cose: la fiducia totale nella Natura e la sfiducia totale nell’essenza umana. D’altra parte, a ben vedere, come non dar tutte le ragioni al politico indiano della non-violenza.
Dietro molte guerre non ci sono solo ideologie o potere politico, ma anche la corsa al controllo delle risorse naturali. Acqua, petrolio, gas e minerali preziosi: ciò che dovrebbe essere fonte di prosperità si trasforma spesso in motivo di divisione e violenza.
Le ragioni sono principalmente due e, neanche a dirlo, ruotano attorno al fattore “mercato”:
- la prima ragione è la scarsità della risorsa stessa o il timore della sua scarsità. Ciò scatena conflitti proprio per accaparrarsi le risorse. Ad esempio, in Medio Oriente, il fiume Giordano e le falde acquifere condivise da Israele, Palestina e Giordania sono da decenni terreno di tensioni. Come pure in Africa orientale, la costruzione della Grande Diga del Rinascimento Etiope sul Nilo Azzurro ha generato attriti con Egitto e Sudan, preoccupati per la riduzione dell’acqua disponibile. E, ancora, sul fronte energetico, la dipendenza dal petrolio e dal gas ha alimentato rivalità geopolitiche che hanno segnato la storia contemporanea, dalle guerre del Golfo alle tensioni odierne tra Russia e Unione Europea;
- la seconda ragione è che le risorse sono anche il carburante stesso dei conflitti e spesso finanziano direttamente le guerre. Qualche esempio?Negli anni ’90, in Sierra Leone e Liberia, i cosiddetti “diamanti insanguinati” sono stati usati per acquistare armi e sostenere guerre civili devastanti. Persino il legname tropicale, in paesi come la Liberia, è stato utilizzato per finanziare conflitti. Invece, nella Repubblica Democratica del Congo, minerali come il noto coltan, indispensabile per produrre smartphone e computer, sono ancora oggi al centro di traffici illegali che alimentano milizie armate.
Oltre a rendere i conflitti appetibili – lo so, è tutt’altro che un aggettivo gradevole, tuttavia è realistico – la corsa alle risorse non rinnovabili ha un’altra conseguenza assurda, quella che passa sotto il nome di “maledizione delle risorse”, in pratica, paesi ricchissimi di materie prime – come il Congo o il Sud Sudan – risultano tra i più poveri e instabili al mondocontando cicatrici profonde sia a livello ambientale per via di deforestazione, miniere illegali e inquinamento che a livello socio-economico, poiché le comunità locali si trovano costrette a fuggire e si disgregano vissuti, storie e generazioni, togliendo loro ogni opportunità di sviluppo.
È chiaro che tutto ciò accade perché la gestione di queste risorse è sempre poco limpida, la corruzione dilagante, l’applicazione di norme etiche latitante e la capacità di cooperare con genuini intenti di sviluppo sostenibile una chimera. E, in periodi storici come il nostro, a deficere è pure quel tantino in più di raziocinio che le guerre dovrebbe evitarle, non imbastirle. Insomma, tutta robetta complicata per i nostri attuali leader politici.














