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Capire il doomscrolling: dentro la spirale del pessimismo

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 6’04” con la voce di Emma)

Con il doomscrolling ci si riferisce alla tendenza compulsiva a scorrere senza sosta notizie negative, allarmanti o deprimenti attingendole dai social media. Tale comportamento viene agito, nella maggior parte dei casi, ignorando le conseguenze negative sulla propria salute mentale e fisica.

Quando è nato il termine?
Il termine è un neologismo che unisce la parola inglese doom, che significa sventura o destino avverso, e scrolling, ovvero lo scorrimento tipico dello smartphone o del computer.

Sebbene questo comportamento non sia del tutto nuovo, poiché la ricerca ossessiva di notizie negative esiste da tempo, il termine doomscrolling è emerso e si è diffuso a livello globale intorno al 2020, in concomitanza con lo scoppio della crisi pandemica da COVID-19.

La crisi sanitaria dichiarata a livello globale, con la costante incertezza che generava e gli ossessivi aggiornamenti in tempo reale, ha creato l’ambiente perfetto per l’esplosione di questo disagio mentale caratterizzato dall’immergersi passivamente e in modo prolungato in un flusso continuo di cattive notizie. Si badi bene che non si tratta solo di rimanere informati, ma di un comportamento quasi automatico e ossessivo, difficile da interrompere.

Ciò specificato, cerchiamo di capire come si manifesta:

  • l’attivitĂ  si svolge spesso nelle ore serali o notturne, poco prima di dormire, aumentando ansia e disturbi del sonno;
  • l’individuo passa da un articolo o un post negativo a un altro, intrappolato in una spirale in cui la ricerca di “saperne di piĂą” non porta mai a una reale soddisfazione o a una soluzione;
  • chi scrolla è consapevole del malessere che l’attivitĂ  provoca, ma si sente incapace di interromperla. Per tale motivo, questo agire si configura come dipendenza.

Quali ne sono le cause?
Questo comportamento affonda le radici in una combinazione di meccanismi psicologici evolutivi e di architettura dell’ecosistema digitale.

Innanzitutto, dobbiamo prendere in considerazione i bias della negatività, più comunemente noti come survival instinct. In pratica, il nostro cervello è cablato per dare maggiore importanza alle informazioni negative e minacciose, poiché storicamente erano cruciali per la sopravvivenza. Oggi, questo bias ci rende particolarmente vulnerabili alle notizie allarmanti.

In secondo luogo, proprio in virtĂą del bias della negativitĂ , andiamo alla ricerca di certezze. Ovvero a dire che di fronte a eventi incerti – pandemie, crisi economiche o guerre – la mente cerca disperatamente informazioni che le consentano di “prepararsi al peggio” o di ridurre l’ansia dell’ignoto, anche se queste informazioni sono deprimenti.

In terzo luogo, sul versante delle architetture digitali, c’è da tenere presente che tali piattaforme sono progettate per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti. Le notizie che generano forte coinvolgimento emotivo – spesso proprio quelle negative – vengono premiate dagli algoritmi e diffuse piĂą ampiamente, alimentando inevitabilmente il ciclo.

In quarto e ultimo luogo, il meccanismo di ricompensa immediata dello scrolling e la sensazione di “essere aggiornato” possono innescare, come giĂ  detto, dinamiche simili alle dipendenze comportamentali.

Ora appare piĂą chiaro che l’eccessiva esposizione a stimoli negativi ha un impatto significativo sulla salute poichĂ©:

  • genera un aumento di ansia, stress cronico, sintomi depressivi, senso di impotenza e disperazione;
  • causa disturbi del sonno – come insonnia, qualitĂ  del sonno ridotta a causa della luce blu e dello stress emotivo-, mal di testa, tensione muscolare e un aumento dello stato di allerta detto iper-vigilanza;
  • sfocia in isolamento sociale poichĂ© dedicare troppo tempo allo schermo riduce le interazioni dirette, limita la capacitĂ  di concentrazione e si manifesta con difficoltĂ  a elaborare e selezionare le informazioni, quello che chiamiamo sovraccarico cognitivo.

Sebbene chiunque possa cadere nella trappola del doomscrolling, alcune categorie sono piĂą a rischio. In particolare:

  • coloro che hanno giĂ  una predisposizione all’ansia o un’ansia di tratto tendono a cercare piĂą informazioni nel tentativo di controllare o mitigare le loro paure;
  • individui con disturbi preesistenti poichĂ© il fenomeno può esacerbare disturbi psicologici pregressi, come la depressione o i disturbi d’ansia;
  • gli iper-connessi, ovvero coloro che trascorrono giĂ  molto tempo online o sono costantemente dipendenti dal proprio smartphone.

Interrompere il doomscrolling richiede consapevolezza e l’adozione di nuove abitudini digitali. Ad esempio, ci si potrebbe abituare ad usare un timer o le funzioni integrate dello smartphone per limitare il tempo su app di notizie e social media, oppure stabilire momenti specifici e brevi per informarsi (es. 10 minuti la mattina e 10 minuti il pomeriggio) ed evitare di farlo prima di dormire. Può essere molto utile disattivare le notifiche di tutte le app di notizie e social, in modo che l’accesso alle informazioni diventi una scelta intenzionale e non un impulso reattivo. Anche smettere di seguire account o canali che pubblicano prevalentemente contenuti negativi o sensazionalistici può essere una strategia efficace. PiĂą di tutto, però, è necessario esercitarsi ad accettare che non è possibile sapere o controllare tutto. Quando si avverte l’impulso di scorrere, fare una pausa e dedicarsi ad attivitĂ  alternative e lasciare il telefono in un’altra stanza, in particolare di notte o durante le pause dal lavoro.

Per concludere, va da sé che, se il comportamento è incontrollabile e sta compromettendo significativamente la qualità della vita, è utile consultare un professionista.

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