🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 5’16” con la voce di Florian)
Avevo 12 anni quando il Cagliari vinse il suo scudetto, e ogni trasferta da Nuoro era un rito sacro che superava la fede sportiva, divenendo una vera e propria comunione sarda.
Andavo con Don Martino Pinese, un frate Camaldolese, uomo di spirito e di grande passione nascosta. Aveva una vecchia Fiat 1100 Familiare bianca che, ordinariamente, il convento usava per i propri acquisti. Chiamava mio padre e si partiva per Cagliari.
In macchina eravamo sempre in cinque: i tre frati, io, e babbo. I 200 km da Nuoro sulla vecchia SS 131 erano scanditi dalle preghiere sussurrate e dalle risate. Il cofano era sempre colmo delle delizie che il cuoco Vincenzo preparava con grande professionalitĂ di cuoco laico, rendendo il viaggio un’attesa gastronomica, oltre che sportiva. La radio era sempre sintonizzata sulla RAI, perchĂ© non c’erano altre emittenti se non Radio Montecarlo. Le canzoni erano tutte in italiano, il 99%, e qualche canzone straniera, un mondo sonoro che oggi è il contrario, dove la musica italiana era la colonna sonora ufficiale del miracolo che si stava compiendo.
Il miracolo aveva un nome e un cognome: Gigi Riva. Quell’anno, il Rombo di Tuono non si limitò a segnare 21 reti (laureandosi capocannoniere per la terza volta), ma incarnò l’orgoglio di un’Isola che urlava la sua dignitĂ contro tutti. Riva, assieme a campioni come l’affidabile Albertosi tra i pali, l’elegante libero Cera, e la fantasia del brasiliano NenĂ©, trasformò il Cagliari in una forza invincibile, guidata dal maestro-filosofo Manlio Scopigno. Le loro gesta non erano solo punti in classifica, ma un riscatto morale che univa tutta la Sardegna.
Allo stadio Amsicora si incontravano persone dei vari paesi sardi, una vera e propria fiera umana: Campidanesos, Gadduresos, Barbaricinos, Logudoresos, Costerinos, Ozastrinos.
L’attesa era festa. C’era chi giocava a sa murra, chi cantava a tenore, creando una polifonia che anticipava il boato del goal. In mezzo a questa folla festante, si notavano le donne in fardetta, con i loro abiti semplici o tradizionali. Lo stadio era una delle poche occasioni per una socialitĂ allargata, un luogo dove potevano “cercare conoscenze” lontano dagli occhi vigili del paese, creando legami che la vittoria del Cagliari sigillava.
​Tutto questo – questo incredibile miscuglio di fede, cibo, musica, e identitĂ – in attesa che Gigi Riva e i suoi compagni uscissero dal tunnel per scrivere la pagina piĂą gloriosa della storia sarda.
​Il Cagliari che vinse lo Scudetto nel 1970 non era solo una squadra, era la Nazionale italiana con la maglia rossoblĂą, un’armata sapientemente guidata dall’allenatore-filosofo Manlio Scopigno.
La formazione è divenuta leggendaria. L’undici titolare è rimasto impresso nella memoria collettiva.
​Albertosi (portiere): un numero uno eccezionale.
​Martiradonna, Niccolai, Zignoli (difesa): il “muro” difensivo.
​Cera (libero): l’intelligenza e la classe. Spesso capitano, un ruolo fondamentale nella costruzione del gioco.
​Domenghini, Greatti, NenĂ©, Gori (centrocampo e attacco): un mix di tecnica, velocitĂ e grinta, con l’ala brasiliana NenĂ© a portare fantasia.
​Gigi Riva (attaccante): la punta di diamante, il “Rombo di Tuono”. Il Simbolo. Gigi Riva fu l’anima e il cuore di quello scudetto. Capocannoniere per la terza volta (un record). Fu il capocannoniere del campionato ’69-’70 con 21 reti in 28 partite giocate, segnando quasi la metĂ dei goal totali della squadra.
Riva incarnava l’orgoglio di non aver mai lasciato la Sardegna, rifiutando le offerte faraoniche delle grandi squadre del Nord. Questa fedeltĂ lo rese un vero e proprio mito per i sardi, non solo un campione, ma un figlio adottivo che aveva scelto l’Isola.
Il titolo fu conquistato il 12 aprile 1970 allo Stadio Amsicora, con due giornate di anticipo, grazie alla vittoria per 2-0 contro il Bari (goal di Riva e Gori) e alla contemporanea sconfitta della Juventus.
La mia osservazione sulle donne allo stadio che “cercavano conoscenze” è molto significativa e aggiunge un elemento fondamentale al quadro sociale di quegli anni.
​Ho parlato di fardetta; questo termine fa riferimento al grembiule o al vestito tradizionale sardo (spesso l’abito da lavoro o quello piĂą semplice). La presenza di donne vestite con abiti tradizionali allo stadio Amsicora (il vecchio campo del Cagliari) sottolinea quanto l’evento fosse sentito a livello popolare e interclassista.
​Ho parlato di “cercare conoscenze” perchĂ© lo stadio non era solo un luogo sportivo, ma un polo sociale. Per la gente dei paesi, specialmente le donne, partecipare a un evento così grande a Cagliari era un’occasione rara per:
- incontrare e socializzare con persone provenienti da altri centri;
- vedere o farsi vedere, specialmente per le giovani donne – spesso accompagnate – in un contesto piĂą ampio e meno controllato del proprio paese;
- rafforzare i legami tra le diverse aree della Sardegna (Campidano, Barbagia, Gallura, ecc.).
Inoltre, l’attesa della partita, con i canti a tenore e sa murra, creava un’atmosfera di festa popolare e comunione identitaria che andava ben oltre il risultato sportivo, trasformando lo stadio in una vera e propria piazza isolana.














