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Oggi parliamo di Skifidol Italian Brainrot. Come come, di cosa è che parliamo?!
Lo sappiamo, quelli tra di voi più avvezzi al prodotto avranno già capito a cosa ci stiamo riferendo; per tutti gli altri, un gigantesco punto interrogativo è comparso sulle vostre teste e non se ne vuole andare via. Tempo al tempo e si dissolverà.
Le Skifidol Italian Brainrot sono delle figurine da collezionare, ma non pensate agli album che provavamo a riempire da bambini comprando pacchetti e pacchetti di doppioni con le paghette della domenica. No, non si tratta di questo o, almeno, non si tratta solo di una collezione di figurine e carte quanto, piuttosto, di un sintomo culturale e di un prodotto di merchandising che capitalizza sul fenomeno digitale del “brainrot“.
Ma, come sempre, andiamo con ordine…
Il termine brainrot, che letteralmente significa “marciume cerebrale” – e già da qui non promette niente di buono -, si riferisce, in generale, a contenuti online rapidi, spesso nonsense, generati dall’intelligenza artificiale o da una saturazione di meme e cultura pop digitale, e che alcuni ritengono stiano degradando l’attenzione e la capacità critica dei giovani.
Skifidol, un marchio italiano noto già dagli anni ’90 per la commercializzazione di prodotti “grotteschi” e slime, ha intercettato perfettamente questa tendenza, trasformando il “linguaggio assurdo” e “psichedelico” dei brainrot in un oggetto fisico, delle carte e delle figurine appunto.
Esse presentano caricature grottesche, meme virali, e un’estetica visiva che è deliberatamente irriverente e dissacrante, mescolando la satira pop con il linguaggio dei nativi digitali.
Il successo di questa operazione è sorprendente: la collezione ha rapidamente spopolato in edicola, parlando alle generazioni Z e Alpha cresciute in simbiosi con l’assurdità del web nel quale la rapidità con cui il contenuto viene digerito, condiviso e trasformato in un “pretesto creativo” va oltre il semplice gioco. Il brainrot in questa forma è l’esposizione nuda di una cultura dell’eccesso, del trash e del caos, neutralizzata e mercificata.
Tornando alla collezione, la preoccupazione critica, spesso sollevata da psicologi ed esperti, non riguarda tanto le carte in sé, ma il fenomeno culturale che esse incarnano, soprattutto quando indirizzate ai bambini. Si punta, pertanto, l’attenzione su:
- la saturazione del nonsense – Il brainrot è caratterizzato dall’assenza di significato o da una logica completamente “no-sense“. Sebbene l’umorismo assurdo abbia un suo valore, l’esposizione costante a contenuti che non richiedono alcuno sforzo cognitivo può alimentare una dipendenza dal “bisogno di novità” e da stimoli caotici. Ciò potrebbe potenzialmente ridurre la soglia di attenzione e la capacità di impegnarsi con contenuti più complessi e strutturati;
- la decentralizzazione dell’autorialità – Molte immagini brainrot sono generate con l’Intelligenza Artificiale o sono frutto di un’origine collettiva, dove l’autorialità, ovvero il diritto d’autore, si dissolve (insomma, è come se questi prodotti non avessero un papà e/o una mamma). Se da un lato questo è un aspetto della cultura post-internet, dall’altro per i più piccoli può veicolare l’idea che il valore risieda solo nella velocità di trasformazione in prodotto (o meme), anziché nella cura, nell’originalità o nel significato profondo;
- la commercializzazione del caos – Trasformando il brainrot in oggetti da collezione, Skifidol e Panini monetizzano un’ansia culturale: la decomposizione dell’identità e della coerenza narrativa del digitale. Questo gesto normalizza quello che potremmo definire un crimine estetico e, altresì, normalizza il kitsch come la nuova “religione laica” dei giovanissimi, abituandoli a un linguaggio visivo e narrativo che può sembrare estraneo o persino dannoso per lo sviluppo di un senso critico robusto.
In sintesi, la critica a questi prodotti non è diretta verso il collezionismo o il gioco, ma verso la sua capacità di far uscire dal web e rendere tangibile una retorica della superficialità e dell’assurdo che, se assunta in dosi massicce durante le fasi formative, potrebbe rappresentare un ostacolo allo sviluppo di una mente analitica e di una piena capacità di elaborazione delle informazioni. La risposta, secondo gli esperti, non è il divieto tout court, ma l’osservazione attenta da parte dei genitori, che devono offrire ai propri figli pause consapevoli dai social, stimolare l’impegno con attività più strutturate, parlare con i loro figli e spiegare spiegare spiegare.














