Home / Politica / Bandiere al Bando!

Bandiere al Bando!


Il post di Antonello Cresti su Facebook che racconta l’espulsione temporanea di Courtney Wright, la dodicenne inglese cacciata da scuola per aver indossato la Union Jack durante il “Culture Celebration Day”, non è solo la cronaca di un episodio bizzarro. È il sintomo di una febbre alta che sta attraversando l’Occidente, un malessere profondo che mescola buonismo, senso di colpa e una pericolosa insofferenza verso le identità nazionali.

L’episodio di per sé è paradossale fino al grottesco: il giorno dedicato alla celebrazione delle culture diventa il giorno in cui la cultura ospitante viene censurata. Il messaggio implicito (e devastante) che viene inviato è chiaro: alcune culture sono più uguali di altre. Quelle “altre” vanno celebrate e protette, mentre quella autoctona, soprattutto se espressa con fierezza e non con imbarazzo, va contenuta, se non repressa, in quanto potenzialmente “divisiva” o “offensiva”.

Non è (solo) questione di una bandiera

Antonello Cresti colpisce nel segno quando definisce questi fenomeni “manifestazioni di un autorazzismo“. È un termine forte, ma che descrive efficacemente una tendenza sempre più marcata: l’idea che l’identità nazionale europea, e in particolare quella britannica, debba essere de-costruita, vergognata e infine cancellata per espiare i peccati del passato coloniale. La bandiera non è più un simbolo di unità, di storia condivisa e di appartenenza, ma viene ridotta a un mero stendardo di oppressione.

Le amministrazioni locali che ne ordinano la rimozione dagli edifici pubblici credono, in buona fede o per conformismo, di promuovere così una società più inclusiva. In realtà, stanno solo svuotando di significato il concetto stesso di inclusione. L’inclusività non può fondarsi sulla cancellazione dell’host, del padrone di casa. Una casa accogliente è quella in cui l’ospite è rispettato, ma dove anche il padrone ha il diritto di appendere i propri quadri alle pareti.

Il diritto alle radici

La vera, autentica inclusività non nasce dall’omologazione forzata o dalla damnatio memoriae dei simboli nazionali. Nasce dal dialogo paritario, dal riconoscimento che ogni persona ha il diritto di essere fiera della propria eredità culturale, che sia britannica, sarda, italiana o palestinese. Celebrarsi non significa sminuire gli altri. Courtney, con la sua semplicità di dodicenne, questo forse lo sentiva istintivamente: era il suo modo di partecipare, di portare il suo contributo alla festa delle culture.
Il timore espresso dall’autore del post, che questo fenomeno possa presto arrivare in Italia, è più che legittimo. Già oggi assistiamo a dibattiti simili, dove il tricolore o il canto di Mameli sono talvolta etichettati come espressioni di retorica nazionalista superata, piuttosto che come simboli di una comunità.

Serve un disegnino?

La domanda provocatoria finale del post – “Vi serve un disegnino?” – è efficace perché smaschera la semplicità del paradosso. No, non serve un disegno per capire che i popoli occidentali, smarriti tra complessi di colpa e un futuro incerto, stanno vivendo una crisi identitaria senza precedenti.

Il vero pericolo non è Courtney con la sua bandiera. Il pericolo è una società che, nel tentativo di non ferire nessuno, finisce per non appartenere più a nessuno. Una società che, nel nome di un astratto “noi” globale, rischia di distruggere tutti i “noi” locali, quelle comunità concrete fatte di storia, memoria e simboli condivisi che sono, in ultima analisi, l’unico vero fondamento per un dialogo autentico con l’altro.

Ecco il post di Antonello Cresti su Facebook

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *