Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa del PD e oggi presidente del Copasir, il comitato parlamentare che controlla i servizi segreti, l’ha detto senza tanti giri di parole: «Se saremo chiamati al governo, dovremmo contribuire agli aiuti militari all’Ucraina in maniera più consistente di quanto abbia fatto il governo Meloni».
Più di Meloni, dunque. E a parlare non è una figura di secondo piano: Guerini dà voce a una delle componenti più forti del PD, quella che sulla politica militare di questi anni non ha alcuna intenzione di rallentare, anzi vuole spingere sull’acceleratore, nella logica «meno burro, più cannoni».
E con il PD dovrebbero governare Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, nell’alleanza che chiamano «campo largo». Tutti e tre si presentano agli elettori come avversari della guerra e del suo allargamento. La contraddizione è enorme e cade proprio sul punto da cui dipende tutto il resto, quello che nessuna formula ambigua nel programma può risolvere: guerra o pace, sicurezza dell’Europa, rapporti con la Russia. Su questo non si può essere «un po’ incinte», né promettere allo stesso tempo di aumentare gli aiuti militari e di fermarli. Potranno inventarsi tutte le supercazzole programmatiche che vogliono, ma non riusciranno a conciliare l’inconciliabile.
Guerini almeno dice cosa vuole. Il guaio sono quelli che si dichiarano pacifisti e si preparano a governare con lui senza spiegare quale linea vincerà. Penso soprattutto ai Cinque Stelle e alla sinistra di Fratoianni e Bonelli, che da sempre si coltiva un’immeritata fama più radicale ma si guarda bene dal porre questa questione come condizione per qualsiasi accordo. Non credo che il PD sia in alcun modo capace di liberarsi della sua ala più favorevole alle armi, e temo che, una volta al governo, i compromessi a parole finirebbero nel cestino: la pace resterebbe nei comizi, le armi passerebbero in Consiglio dei ministri.
Eppure tra la gente c’è una forte richiesta di pace, di trattative, di un nuovo modo di garantire la sicurezza in Europa, a cominciare dallo stop all’invio di altre armi all’Ucraina. Una richiesta che avrebbe diritto a una voce propria in Parlamento, riconoscibile, non appesa agli equilibrismi delle coalizioni.
A questo si aggiunge un’altra questione, che riguarda direttamente la democrazia. La maggioranza Meloni ha imposto una legge elettorale che, per i partiti che oggi non sono in Parlamento, porta da 1.500 a 6.000 le firme da raccogliere in ogni collegio: un muro di mezzo milione di firme in tutto. PD, M5S e AVS si sono opposti, e la responsabilità di quella norma è tutta della destra. Ma il quadro d’insieme resta inquietante. Da una parte la destra alza i cancelli d’ingresso al Parlamento. Dall’altra il campo largo mette insieme chi vuole più armi e chi ne promette meno, senza dire cosa farà davvero. Sono colpe diverse, ma possono avere lo stesso effetto: togliere voce a chi si oppone alla guerra in modo autonomo.
Chi vuole governare con Guerini deve dire agli elettori se è disposto a seguire la sua linea, invece di nascondersi dietro dichiarazioni buone per le piazze. E chi governa oggi non può trasformare il diritto di candidarsi in una corsa a ostacoli riservata a chi ha già seggi, strutture e soldi. Gli italiani si troverebbero a scegliere tra una destra che governa con le armi e un campo largo che non sa dire se le fermerà, mentre a una terza proposta si sbarra la strada. A quel punto votare servirebbe solo a scegliere chi gestirà una politica che altri hanno già deciso a Bruxelles, a Washington e non certo da noi.
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